Essere umani oltre l’odio – Hisham Matar a Salerno

Essere umani oltre l’odio – Hisham Matar a Salerno

“La cosa più bella, ma anche la più dolorosa, che mi è capitata è essere un essere umano. Non vorrei essere nient’altro. Sento una connessione con tante persone, anche sconosciute. Virginia Woolf è mia sorella, ma anche Stalin è mio fratello. Quando ero giovane ero appesantito dall’odio e dalla frenesia del fare, fare, fare. Volevo trovare mio padre, volevo fare qualcosa. Ma ho capito sulla mia pelle che queste emozioni non costruiscono nulla. Ho investito più nella vita che nell’odio.”


Tutti noi, seppur in modi diversi, abbiamo avuto a che fare con la scomparsa di un padre.

Se non con la scomparsa fisica, allora con i silenzi, con gli abbandoni, o con la distanza sconfinata che può costruirsi, come un’autostrada deserta e non asfaltata, tra due menti. E’ proprio per questo che le parole di Hisham Matar, e le sue splendide opere, ci toccano con profonda e ineluttabile concretezza. Parlano tutte di una separazione e di uno strappo, parlano di un ritorno faticoso teso a ricucire, parlano anche della più intensa vicinanza che esista, quella tra esseri umani sconosciuti.

Hisham Matar è nato a New York, ha trascorso l’infanzia tra Tripoli e Il Cairo, vive a Londra, e qualche giorno fa è venuto a Salerno per parlare con umiltà e delicata intelligenza della sua storia, e del suo ultimo lavoro “Il ritorno”, opera vincitrice del premio Pulitzer per la biografia e autobiografia. L’incontro è stato organizzato per i soci del Circolo dei Lettori di Salerno in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” Fondazione Premio NapoliAstrea sentimenti di giustizia, “A Voce Alta Onlus” e Salerno Letteratura Festival.

Nel mio bagaglio di letture avevo solo il suo secondo romanzo, pubblicato nel 2011 con il titolo di Anatomy of a Disappearance, in italiano Anatomia di una scomparsa. Il romanzo mi aveva conquistata fin dal devastante incipit, mi era sembrato come una breccia di letteratura pura nel muro della narrativa contemporanea. La trama è essenziale, si parla dell’impronta che una scomparsa lascia nella vita di un giovane uomo, e di un rapporto ruvido e ricco di cose non dette tra un padre e un figlio. Poi questo padre scompare, e quel rapporto rimane sospeso, come un filo per i panni tra un balcone e un’altro. Quando qualcosa scompare, ho pensato, significa che c’è stata e, al suo posto, deve rimanerne per forza la traccia. La parola “scomparsa” può indicare anche la morte, ferma e definitiva. Ma, paradossalmente, quando noi diciamo ” è scomparso” invece di dire “è morto”, è perché vogliamo rendere la morte meno definitiva. Insomma il concetto è ambiguo, così come la vita e come tutta la gamma di sensazioni che una perdita ci lascia addosso.

L’incontro con Hisham Matar si apre con un reading. Lui stesso ci legge uno stralcio de Il ritorno, lasciandoci senza fiato sia per la melodia della sua voce, sia per il significato delle sue parole.

“Il mio desiderio è che incontriate il libro prima dello scrittore”.

Più tardi ritorna su questo punto:

“Se vuoi davvero capire il carattere e la sensibilità di uno scrittore devi andare alla sua prosa, seguire il suo ritmo. Non ti puoi nascondere nella tua prosa.”

Trovo estremamente affascinante l’idea che che ogni scrittore possa essere conosciuto attraverso la sua prosa, come se fosse lo specchio più fedele, un documento originale e genuino della propria personalità. Se è vero che sono le nostre ossessioni a spingerci verso l’arte, è quindi una buona cosa averne. Ogni scrittore ne ha una o più, e ci gira intorno nelle sue opere, le circonda, tende loro agguati, cerca di comprenderle e sviscerarle. Una delle ossessioni di Matar è l’onestà, l’essere creduti, il venire riconosciuti, il contatto con l’altro essere umano e lo sguardo profondo che lo possa comprendere fino in fondo.

“Il vero desiderio all’interno di ogni legame è riconoscersi. Nel quadro Paradiso di Giovanni Di Paolo ci sono delle coppie che si guardano e si tengono le mani. Credo che il paradiso potrebbe effettivamente essere un posto dove le persone che hai a cuore ti possano riconoscere e l’inferno esattamente il contrario”.

Non vale certo per ogni scrittore ma, talvolta, può esistere quello che io chiamo un evento miccia, che fa esplodere, cioè, la scrittura dentro qualcuno. Matar oggi scrive, e viene da pensare immediatamente, ascoltandolo e leggendolo, che il suo evento miccia sia stato il rapimento del padre nel 1990 ad opera dei servizi segreti egiziani, e la sua successiva reclusione nella prigione libica di Abu Salim. Il non sapere lo spinge a cercare, a ritornare in contatto col proprio passato, col proprio paese di origine. Si potrebbe dire che la scomparsa (che in uno dei suoi romanzi diventa parte del titolo), ha causato l’apparire del desiderio di raccontare, è stata il trampolino doloroso per il suo scrivere. Nonostante il percorso dolente e amaro che l’autore ha affrontato nel suo memoir, ha uno sguardo potente e aperto nei confronti delle vicende che gli sono accadute. Quando racconta di un nastro con una registrazione del padre da Abu Salim, ritrovato durante il suo viaggio in Libia, dice:

Io non ho fatto nulla per essere suo figlio. Lui ha dovuto resistere in un momento complicato, e pensandoci ora mi sembra che tutto sia più facile. E’ molto più difficile essere il figlio di chi tortura. Mio padre alla fine della cassetta dice: Non soffrire, non la giudicare come una cosa brutta perchè io sono riuscito a fare quello che molte altre persone non sono riuscite, ovvero resistere, opporsi, dire no.


 

 

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Letture consigliate:

  • Anatomia di una scomparsa – Hisham Matar
  • Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro – Hisham Matar

 

Hanno parlato del mio articolo qui:

https://it-it.facebook.com/SalernoLetteratura/

 

Federica Ripa

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