La città in cui si uccide – La mazzetta di Attilio Veraldi

La città in cui si uccide – La mazzetta di Attilio Veraldi

Ho fatto un tuffo negli anni ’70. Sia attraverso la scelta del romanzo da leggere (pubblicato nel 1976) sia per l’edizione che ho deciso di comprare, volutamente vintage. Le pagine ingiallite e profumate di vecchia soffitta hanno avuto il loro ruolo nel piacere della lettura, ma il lavoro grosso l’hanno fatto la prosa elegante di Veraldi, una trama dal ritmo incalzante e il ritratto di un uomo confuso e in lotta con se stesso. Ponte alle grazie ha deciso, proprio quest’anno di riportare La mazzetta di Attilio Veraldi nelle librerie, in una nuova e bellissima veste grafica.

Ci troviamo in una Napoli piovosa, fatta di strade buie e ville isolate, uffici squallidi e arredati con cattivo gusto, stanze d’albergo senza vita. Sasà Iovine è un commercialista in teoria, un imbroglione nella pratica. Un uomo ambiguo, che non riesce a scegliere tra legalità e illegalità. Il suo cliente maggiore, uno tra gli uomini più ricchi della città, gli chiede di recuperare sua figlia e delle carte importanti e compromettenti in cambio di una mazzetta consistente. Iovine è attratto dalla vita onesta, vorrebbe cambiare, ma allo stesso modo (ed evidentemente di più) è attratto dai soldi. Accettato l’incarico si ritroverà a barcamenarsi in una serie di avventure e un gorgo di peripezie quasi dickensiane. Si tratta di un protagonista dall’amara ironia, che appare quasi rassegnato al bombardamento di sfortune che gli crollano addosso: litigi con la nevrotica fidanzata Luisella, omicidi in cui si trova invischiato, fughe in macchina tra pozzanghere e curve a gomito e spedizioni in paesini sperduti di montagna.

Attilio Veraldi si dedicò alla scrittura solo dopo i cinquant’anni. Fino a quel momento era stato abilissimo traduttore (tradusse tra gli altri Updike, Baldwin, Chandler). E’ stato il primo a portare la narrativa hard boiled in Italia, seguendo le orme di Dashiell Hammett (anni ’20) e di Raymond Chandler (anni ’30), regalando al genere poliziesco una ventata d’aria fresca. Nei suoi romanzi il crimine diventa realistico, più violento, anche più sensuale. Veraldi è abilissimo nella costruzione del marchingegno narrativo e nel caratterizzare i suoi personaggi con pochi ma indimenticabili dettagli (per chi ha letto La mazzetta penso all’incredibile mento di Miletti, o alla follia negli occhi di Improta). Anche i più secondari tra i personaggi spiccano nei ritratti che l’autore riesce a consegnarci. Dovrebbe essere decisamente ricordato di più, Attilio Veraldi. Gli appassionati del genere lo considerano uno dei padri del giallo italiano, degno erede di Scerbanenco.

L’anno in cui questo romanzo venne pubblicato, fu assegnato il premio Nobel a Saul Bellow con questa motivazione:

Per la comprensione umana e la sottile analisi della cultura contemporanea che sono combinate nel suo lavoro.

La mazzetta crea un intreccio perfetto tra il giallo più classico e il noir carico d’atmosfera, e riesce a riflettere sulla natura umana attraverso però una trama d’azione,  ad essere introspettivo con un linguaggio fresco, schietto ed ironico.  Lo sfondo partenopeo è affascinante, molto di moda oggi a pensarci bene, quando si parla di crimine ed illegalità.  Le avventure di Sasà Iovine proseguono nel romanzo Uomo di conseguenza, che mi procurerò al più presto. Intanto guarderò la trasposizione cinematografica de La mazzetta, di Sergio Corbucci e interpretata da Nino Manfredi e Ugo Tognazzi.

 La mazzetta non è stato per me solo un romanzo giallo, uno di quelli che leggi  per il piacere di scoprire che c’è una spiegazione a tutto. Io ho trovato in questo libro come un’attenzione alla bellezza. La certezza che, pur se immersi nello squallore, ci si possa comunque interessare ad un tramonto.

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