Le nostre vette innevate – Le otto montagne di Paolo Cognetti

Le nostre vette innevate – Le otto montagne di Paolo Cognetti

Ho un’idea secondo la quale ogni romanzo è un romanzo di formazione. Con tutte le ovvie e meravigliose differenze, qualsiasi storia narra di una crescita o di un cambiamento, dell’altalena impazzita che è il vivere. Le otto montagne, l’ultimo lavoro di Paolo Cognetti, non fa eccezione.
E’ inevitabile, dunque, pensare alle montagne, otto o più, come alle onde della vita, alle scosse, i mutamenti, le salite, le discese e le arrampicate. Ma Cognetti riesce a non banalizzare questo immenso topos letterario, pur raccontando con uno stile semplice una storia semplice, che potrebbe appartenere a ciascuno di noi. Ed è in questo che sta la sua forza.

E’ il luglio del 1984 quando Pietro, appena undicenne, giunge a Grana, un villaggio alpino sul Monte Rosa. E’ un ragazzino solitario che per passare il tempo legge romanzi d’avventura come quelli di Mark Twain. I suoi genitori hanno deciso di prendere una casa per l’estate, loro che sono emigrati in città quando erano giovani e hanno mantenuto sempre un laccio annodato attorno al cucuzzolo della loro montagna. Pietro non sa bene cosa sia l’amicizia finché non incontra Bruno, mentre gioca vicino ad un torrente. Quel torrente diventerà il simbolo della crescita, dello scorrere del tempo, un orologio in natura. E come d’inverno il torrente si ghiaccia, per Pietro in inverno, nella sua buia Milano, si fermerà il tempo, prima che arrivi la nuova estate, prima che torni la montagna.

Quella sera nel mio letto faticai ad addormentarmi. Era l’eccitazione a tenermi sveglio: venivo da un’infanzia solitaria, e non ero abituato a fare le cose in due.

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Bruno, invece, vive a Grana, lui è quello che resta. Pietro intravede un’intimità spaventosa nel loro legame fatto di corse, scoperte, pochissime parole e un capirsi sincero. L’incontro con Bruno segna la prima tappa del suo percorso di crescita. Sarà Bruno ad insegnargli il dialetto, il linguaggio concreto della montagna, come se in quei luoghi non ci fosse tempo e spazio per l’astratto, ma solo terra e legno e roccia.

“Dai!” disse, affacciandosi da lassù. Poi però si scordò di aspettarmi, forse perché non gli sembrava niente di difficile, o perché non gli passava per la testa che avessi bisogno d’aiuto, o solo perché era abituato così, che facile o difficile ognuno se la cavasse da solo. (…) Credo avessi già deciso che l’avrei seguito ovunque.

Il romanzo si divide in tre parti, che io denominerei così:

  1. Infanzia, scoperta
  2. Crescita, allontanamento
  3. Ritorno

Oltre che del romanzo, questa è la struttura che posseggono le due relazioni che trainano, come cavalli con la carrozza, questa storia: Pietro-Bruno / Pietro-Giovanni. Giovanni è il padre di Pietro, un uomo irrequieto, ingombrante, ansioso, testardo, sempre di corsa per inseguire qualcosa, una vetta o un risultato, o per fuggire.

(…) ma lui sapeva vivere soltanto così, con il fiato sul collo: imporgli la calma era come costringerlo ad andare in montagna più piano. (…) Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito di affrettava a nascondere.

La storia inizia e si conclude, attraverso una struttura circolare, con la figura del padre. Un padre che “aveva il suo modo di andare in montagna” e che sarà il motivo, la spinta, la colpa da espiare che porterà Pietro a tornare alla sua montagna d’infanzia. I padri sono importanti in questa come in tutte le storie, le vite. Danno il via, o anche semplicemente suggeriscono una direzione, o una riflessione. E’ proprio suo padre a far domandare a Pietro dove si trovi il futuro, è sempre lui a guardare al passato con nostalgia e desiderio.

C’è anche il mare ne Le otto montagne. C’è all’inizio, in una splendida citazione di Coleridge, da “La ballata del vecchio marinaio”, forse anche perché il “vecchio marinaio” assomiglia al “vecchio montanaro” , che pare vecchio anche se non lo è. Forse perché il mare è maledetto e spaventoso, proprio come la montagna. E il mare torna alla fine, nelle parole di Bruno, per il quale si tratta soltanto di “un grande lago”.
Tutto però accade in montagna, dentro questa storia. O meglio, quello che accade nella triste e caotica Milano non ci interessa poi granché. Anche noi, esattamente come Pietro scalpitiamo e non aspettiamo altro che tornare nei boschi, sulle vette assieme al padre, nell’alpeggio del padre di Bruno, a giocare nei ruderi di tutto il paese, a leggere con la madre davanti alla stufa.

Paolo Cognetti vive in una baita della Val D’Aosta, da otto anni. Il suo legame con la montagna, la sua esperienza e la sua passione sono stati oggetto di un diario (una sorta di reportage) edito da Terre di Mezzo. I dolori e le sofferenze, le asprezze della vita, che sia vissuta in montagna o altrove, sono il materiale della letteratura da sempre, e non importa affatto chi viva il dolore o chi viva la felicità nel libro, perché tutto questo è sempre del lettore.

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Letture per riflettere:

Film per riflettere:

Altri libri dell’autore: 

 

 

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