Il “metodo Murakami” per vivere assieme alla scrittura

Il “metodo Murakami” per vivere assieme alla scrittura

Ogni mattina, il più famoso scrittore giapponese in occidente, si alza presto, prende il suo caffè e corre per circa un’ora. Poi scrive per cinque o sei ore, scrive anche se non ne ha voglia, scrive perché sa che deve farlo ed è disposto a farlo. Con costanza, sforzo e sudore lavora ogni giorno sulle pagine che noi abbiamo imparato ad amare, si allena come farebbe uno sportivo per una gara. Senza medaglie da conquistare se non le menti dei suoi lettori, lui si allena.

E’ un libro consolante e umano, l’ultimo di Murakami uscito per Einaudi, con la traduzione di Antonietta Pastore. Si chiama Il mestiere dello scrittore, e non è un manuale di scrittura, come si potrebbe immaginare. Tuttavia mi ha incitata e motivata nel mio mestiere di scrivere e di vivere (citando in una botta sola Carver e Pavese). Si tratta di un testo ibrido che vuole condensare in poche pagine, appena 186, le idee, la personalità e la voce di uno scrittore che ha affascinato il mondo intero. Se torniamo per un attimo indietro all’etimologia della parola “mestiere” : viene dal latino ministerium ‘servizio, funzione’, da minister ‘servo, aiutante’. Ed è proprio questo il senso che c’è dietro il titolo di questo testo di non fiction, l’uomo al servizio della scrittura, un servo, un lavorante che può restare chiuso in una stanza per mesi a scrivere, cancellare, riscrivere e faticare.

Confidenze, memorieriflessioni sulla scrittura, consigli di una delle penne più originali degli ultimi decenni. Tutto questo e molto altro attende il lettore dietro la soglia di quella copertina in bianco e nero, elegante in puro stile Einaudi. Murakami ci racconta della sua vita sgangherata e un po’ barcollante di ragazzo, quando lottava per cercare di mantenere aperto il suo localino Jazz, ci parla di che cosa ha significato per lui la lettura, la letteratura e di quando leggeva una montagna di volumi in inglese, recuperati in un negozio di libri usati vicino al porto di Kobe.

(…) all’epoca per me leggere era più importante di qualsiasi cosa. Al mondo, inutile dirlo, ci sono un sacco di libri dal contenuto profondo, ben più emozionanti dei libri di testo. Libri che, pagina dopo pagina, ti entrano dentro. Ed è il motivo per cui non avevo mai voglia d’impegnarmi a studiare per gli esami. Non ritenevo che mettermi in testa pedestremente date e parole inglesi potesse un giorno essermi utile. La conoscenza acquisita macchinalmente in maniera non sistematica, col passare del tempo si dilegua da sé, svanisce, aspirata da qualche parte… si, un luogo in penombra che è come il cimitero della conoscenza. (…) Invece ciò che resta nel cuore, senza svanire col passare degli anni, è molto più prezioso. E’ evidente no?

Scopriamo quindi, trascinati da un misto di curiosità e ammirazione, di come Murakami abbia, quasi un po’ per caso, quasi un po’ per destino, ha scritto il suo primo romanzo breve. Riusciamo a vederlo, un ragazzo sorridente e che non si prende troppo sul serio, affaticato per le normali questioni di sopravvivenza, mentre se ne sta accovacciato a scrivere senza avere la minima idea di cosa quella penna e quei fogli sarebbero diventati.

(…) entrai in una cartoleria e comprai una risma di fogli e una penna stilografica (…) Ogni notte quando tornavo a casa dal lavoro, mi sedevo al tavolo della cucina e scrivevo. Quelle ore prima dell’alba erano il solo tempo libero che avessi. Nei sei mesi seguenti riuscii così a scrivere Ascolta la canzone del vento.

Ci parla anche della sua ostilità per lo studio, del fatto che per scrivere un romanzo non serva affatto una mente geniale, ma solo un briciolo di talento e forza di volontà. Ispira, Murakami, con le sue parole semplici ma efficaci. Parole che sfiorano i più svariati lidi, dallo stile, all’ispirazione, all’identità dei suoi personaggi e la loro costruzione, a questioni puramente tecniche, fino a buttar fuori ragionamenti sulla solitudine dello scrittore e sulla necessità di considerare il tempo amico.

In testa avevo un’immagine precisa: “Adesso non ne sono ancora capace, a quando ci riuscirò, vorrei scrivere dei romanzi così”, mi dicevo. Quell’immagine splendeva sempre nel mio cielo, come la stella polare. Qualsiasi cosa succedesse, bastava che alzassi lo sguardo. In questo modo riuscivo a orientarmi e avanzare.

Non si esime nemmeno dal dare consigli sulla formazione dei giovani scrittori, e di qualsiasi artista, di qualsiasi mente creativa. Spiega Murakami, che la domanda fondamentale da farsi continuamente, è “Ti ha dato gioia?”. Permettetemi di dire che è una meraviglia di domanda.

Quando intraprendi una cosa che ritieni molto importante per te, se in essa non trovi un piacere e una gioia naturali e spontanei, se mentre la fai non senti un’eccitazione in petto, significa che c’è qualcosa di sbagliato (…)

E ci offre anche qualche dritta pratica:

In ogni caso, da giovani bisogna leggere quanto più si può. Autori eccelsi, autori così così, autori insignificanti… non ha (alcuna) importanza, l’essenziale è leggere in continuazione. Far passare dentro di sé il maggior numero possibile di storie.

Io ho scoperto Haruki Murakami con L’uccello che girava le viti del mondo, e mi ha immediatamente conquistata. E’ stato per il fatto che l’atmosfera che avevo respirato durante quella lettura non l’avevo trovata in nessun altro luogo letterario, e in nessun altro luogo in generale. Cosa può rendere uno scrittore così unico, e renderlo così indispensabile per il lettore, quasi come un bisogno fisico? 

Il mestiere dello scrittore non è un libro dedicato solo a chi ami già Murakami, ma a chi lo amerà dopo aver letto questo libro. E nemmeno solo a chi voglia diventare scrittore, ma a tutti coloro che vogliano fare qualcosa che, a lungo andare, li renda felici.

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Letture per riflettere:

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