Femminismi contemporanei – Letture per riflettere

Femminismi contemporanei – Letture per riflettere

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“Questo momento deve segnare l’inizio di un’impresa molto più grande. Abbiamo aperto una crepa in quello che pareva un monolite inattaccabile: l’impunito strapotere dei maschi. E allora continuiamo a pestare, graffiare, spingere, martellare finché non va in frantumi. Vediamo quanto riusciamo a demolire.

E poi dedichiamoci a ricostruire.”

Ciò che voglio fare non è un confronto tra due tesi, perché non si tratta di capire chi ha ragione e chi ha torto, e soprattutto non si tratta di lotte combattute brandendo dettagli e parole come spade. Mi piacerebbe invece illustrarvi , in breve, le bellezze contenute in entrambe queste riflessioni sul femminismo, e su cosa significhi oggi essere femminista.

E’ chiaro che una piccola distinzione va fatta, prima di cominciare. Il saggio di Jessa Crispin “Perchè non sono femminista” edito in italia da Sur, è stato concepito già in principio come un libro, come qualcosa di scritto. Mentre invece il libricino di Chimamanda Ngozi Adichie intitolato “Dovremmo essere tutti femministi”, pubblicato invece da Einaudi, è la trascrizione di un discorso che la scrittrice ha tenuto ad una conferenza nel 2012. Va da sé che la riflessione della Crispin risulta più composita e dettagliata, dunque riesce a toccare molti più punti e, ad essere, a mio parere, più incisiva.

La rabbia è l’elemento che accomuna questi due libri. Nel caso della Crispin, una rabbia affilata e sfacciata, mentre la Adichie risulta forse più dolce, ma non per questo meno incisiva. Entrambe queste donne, diverse eppure accomunate dal risentimento, dall’energia viva e attiva di chi vuole che qualcosa cambi, sono capaci di creare attraverso il linguaggio nuove idee, o idee vecchie portate con forza nel presente.

 

Perché non sono femminista è una sfilza di pugnalate, un concentrato di idee pregnanti ed espresse con intelligenza. La scrittura della Crispin è diretta come un treno in corsa, ma lascia largo spazio al pensiero, senza opprimere con idee preconfezionate o stagnanti. L’epigrafe del saggio è la frase di Emil Cioran:

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo.

La Crispin compone un discorso lucido, mai prepotente e capace di far emergere il “pericolo” positivo nel lettore. Un pericolo che mette la curiosità di ciascuno sull’attenti. La sua è una critica aspra al femminismo contemporaneo che tende a banalizzare, semplificare il messaggio e ad universalizzarlo per cercare di “far meno paura” alla massa. Jessa Crispin ci racconta di come il femminismo debba invece far paura,  e di come non appartenga e non sia mai appartenuto a tutte le donne indistintamente (come nel presente spesso si sente dire) ma piuttosto ad una nicchia, un gruppo di donne anarchiche, ribelli e spesso estreme che hanno aperto il varco per tutte le altre. All’autrice non basta un femminismo che sia una moda ed un modo per attirare più adepte possibili.

Anche se il discorso della Adichie può apparire piuttosto placido agli occhi di un lettore superficiale ( ma soprattutto se lo si confronta con le posizioni aguzze della Crispin), contiene in verità degli elementi innovativi, o quantomeno riesce a dare una forma chiara a qualcosa che nei pensieri di tutti noi si ingarbuglia come un gomitolo con cui ha appena giocato un gatto. Ad esempio, appare un’idea così elementare, eppure nascosta sotto strati di cultura patriarcale, quella per cui  la società stia facendo un torto agli uomini educandoli ad aver paura della debolezza, oppure a temere di non essere abbastanza virili. L’autrice ci mette di fronte ad una sorta di “naturalezza” del femminismo, qualcosa che c’è ed è chiaro che ci sia. Il discorso della Adichie si legge rapidamente, ed è esattamente come ascoltare una voce, è dinamico e scorrevole, sembra quasi di poter rispondere all’autrice, come in una chiacchierata.

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Io sono arrabbiata. Dovremmo essere tutti arrabbiati. La rabbia è riuscita spesso a innescare cambiamenti positivi.

Mi rimane, infine, venendo fuori da queste letture intense ed entrambe consigliate, la voglia di studiare, studiare ogni cosa per saperne di più di quello che c’è stato prima di noi, per capire chi e come siamo noi, nell’oggi.

 


 

Questo è il secondo di quattro articoli su DONNE e FEMMINISMO. Sabato prossimo parliamo dei saggi di Jessa Crispin e Chimamanda Ngozi Adichie. Se vuoi leggere il primo clicca qui o vai nella sezione del blog Librifugio’s Saturdays

 

Federica Ripa – Instagram: @librifugio

Libri e femminismo – 5 libri illustrati (+1) su grandi donne che non stanno dietro a grandi uomini

Libri e femminismo – 5 libri illustrati (+1) su grandi donne che non stanno dietro a grandi uomini

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Il femminismo è un -ismo, e in quanto tale viene guardato con sdegno e paura. In realtà, come recita il titolo dei volumi editi da Mondadori negli scorsi mesi –  “Storie della buonanotte per bambine ribelli” e “Storie della buonanotte per bambine ribelli 2” di Elena Favilli e Francesca Cavallo –  il femminismo nasce da una ribellione,  e per questo doveva far paura. Perché è tutto merito di chi, all’inizio, quando nessuno lo aveva mai fatto prima, si è ribellato.

C’è quindi chi si lamenta di questa insistenza da parte dell’editoria, ma non comprende che, raccontare di donne non significa affermare che sono migliori. Significa ricordarsi che ci sono. L’esistere è diverso dal primeggiare, o addirittura, dal prevaricare. Si tratta di ri-narrare la storia di tutti, attraverso nuovi punti di vista, nuove prospettive, ed è importante sapere qualcosa sui volti e le menti delle donne che sono riuscite a realizzare grandi cose nella storia. Cit. Dovremmo essere tutti interessati.

Uno dei fenomeni editoriali di spicco degli ultimi tempi sono le decine di volumi che tentano di raccontare storie di donne forti, coraggiose, speciali e intrepide, attraverso parole e immagini. La novità di questi libri, che di solito sono coloratissimi e graficamente molto accattivanti, è che le donne scelte e menzionate non sono affatto banali, anzi, spesso sono decisamente sconosciute. Le donne non sono presentate come degli alieni, ma come esseri umani normali, riusciti però a raggiungere vette elevatissime, con sacrificio e il doppio dello sforzo (proprio perché donne).

I due libri “della buonanotte” (di cui il secondo volume è il +1 del titolo) hanno dato il via al suddetto fenomeno, e sono gestiti come dei veri e propri libri di fiabe, con la pagina scritta e accanto l’illustrazione, sempre accurata ed originale, della donna in questione.

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Poi c’è Indomite di Pénélope Bagieu, edito in italia da Bao Publishing che, con stile ironico ed essenziale, porta sulla carta le vicende di donne “che fanno ciò che vogliono” . Per saperne un po’ in più, clicca qui.

 

C’è Mujeres di Pino Cacucci e Stefano Delli Veneri, pubblicato da Feltrinelli (nella collana Comics, di recente inaugurazione), nel quale si narrano le vicende di donne rivoluzionarie in Messico, dove pare sia nato il termine “femminismo”.

 

Nella collana Oscar Ink è uscito anche Femmes Magnifiques, a cura di Claudia Durastanti. Un bel librone dai colori e dalle geometrie pop, che celebra 50 donne davvero “magnifiche”.

 

Infine devo citare un volume a fumetti che, ante litteram, ha fatto più o meno lo stesso esperimento. Si tratta di Cattive ragazze di Assia Petricelli e Sergio Riccardi (dunque tutto made in italy).

 

Voi cosa pensate di queste pubblicazioni? Ne avete letta qualcuna? Fatemi sapere il vostro parere nei commenti o su Instagram qui


Questo è il primo di quattro articoli su DONNE e FEMMINISMO. Sabato prossimo parliamo dei saggi di Jessa Crispin e Chimamanda Ngozi Adichie.

 

 

Federica Ripa – Instagram: @librifugio

Le acrobazie per salvarsi – Incerti posti di Marco Montemarano

Le acrobazie per salvarsi – Incerti posti di Marco Montemarano

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-Credo che in ognuno di noi ci sia una fiala di veleno e che ci siano avvenimenti che possano romperla, – disse (…)

Penso ai libri come a delle stanze. Sono appena uscita da Incerti posti e mi sembra di essere stata nella cameretta di quand’ero bambina, piena di sensazioni familiari e morbide, di calore ma anche delle paure rombanti dell’infanzia. Paure che sono come tarli, tormentose. Questo libro ha una faccia curiosa, ambigua. Il titolo è ambivalente: indica dei “luoghi incerti” ma anche “certi posti” specifici, come a voler dire: “attenzione, lì ci siamo stati tutti”. I luoghi dell’infanzia, per esempio, dei ricordi seppelliti e detestati, della nebbia sottile che avvolge le colpe del passato. I luoghi metropolitani, abitati dalle mostruose geometrie dei palazzi, le strade di una periferia popolata da discariche, spazi vuoti e palazzoni sgraziati, dove il degrado sbuca da ogni angolo. Tutti questi luoghi costruiscono l’ambientazione dell’ultimo romanzo di Marco Montemarano, pubblicato da Morellini. E’ un libro biforcuto persino nel punto di vista. Due sono le vite che ci vengono narrate, due storie marchiate dall’incertezza. Antonio e Matteo, i protagonisti, sono due funamboli, ma senza filo.

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Sulla copertina, di un turchese molto acceso, c’è un uomo che, da un cubo grigio fa un salto nel vuoto, col corpo sospinto verso un altro cubo grigio. Sfida il vuoto per raggiungere il pieno. Coma fa Antonio, 16 anni, la disciplina è il suo modo per sconfiggere il caos della periferia di Roma, abbattere ogni barriera e superare ostacoli che appaiono insormontabili. E’ un traceur, un tracciatore di percorsi, pratica il parkour. Come spesso accade in adolescenza, ci si affeziona ad un codice, una filosofia, uno stile di vita che possa essere una sorta di binario guida, e che ti faccia sentire parte di una tribù. Il parkour permette ad Antonio, con delle regole ben precise, di muoversi in modo originale ed estremo, di fare del proprio corpo uno spettacolo, di creare bellezza in un ambiente logoro che somiglia tanto alle ambientazioni apocalittiche di film e videogiochi, ma che è soltanto periferia. Il parkour gli permette di fuggire mentre la baby gang di turno lo insegue, di scappare dallo sfascio di una madre usuraia e obesa che ha storpiato la sua bellezza come per nasconderla, di smettere per un attimo di pensare al padre che non ha mai conosciuto.

“Da anni Antonio aveva preso l’abitudine di sostituire altre facce a quella sconosciuta di suo padre. Se lo immaginava con la faccia di un attore di Roma che abitava a San Lorenzo. O con quella di un cantante inglese che aveva un sacco di problemi con la droga. Oppure con la faccia di un politico che non si capiva se era amico o nemico di quello che andava sempre in televisione. Si teneva le foto di quei personaggi sul cellulare e le guardava quand’era solo, finché a un certo punto si stufava e le sostituiva con altre.”

Il rischio è parte essenziale di questa storia: il movimento comporta sempre un rischio, e ogni storia è movimento. Nel salto di Antonio c’è grinta, c’è l’energia e l’intenzione di raggiungere l’altra parte. Ma, il senso di colpa, può bloccare qualsiasi salto, perchè procede all’indietro e davanti a sé non guarda proprio. Matteo, il secondo protagonista di Incerti posti, è un uomo di quarant’anni che si trascina dietro il peso di un rimorso antico, un dubbio che risale alla sua infanzia. Il bambino che, molti anni fa ha spinto nella buca, è vivo o morto?  Matteo è solo, immobile e intrappolato, e soffre della sua solitudine cittadina, fatta di pranzi in cui senti ogni rumore della tua masticazione, di serate alcoliche in compagnia di colleghi con cui hai scambiato solo sguardi d’intesa e mai nessuna parola. Mentre Antonio vive nella periferia della città, Matteo vive nella periferia della sua vita, se ne tiene ai margini.

“Per tutta la sua vita le sirene non avevano smesso di tormentarlo. Dentro di lui quell’ululato si trasformava in un liquido schiumoso che colava fuori per poi solidificarsi come chiara d’uovo e stringerlo alla gola. Se qualcuno gli avesse chiesto delle spiegazioni – ma in fondo chi avrebbe dovuto farlo se non aveva nemmeno un amico? – avrebbe risposto che le ambulanze lo facevano sentire colpevole, ma in un modo cupo e lontano, e che lui preferiva non ragionarci troppo sopra.”

Il doppio punto di vista rende la narrazione dinamica e avvincente. Montemarano utilizza una scrittura distesa, e la ricama con un’ironia maldestra e squarci di violenza contemporanea. Incerti posti è un romanzo moderno, che consente di riflettere su tematiche come il bullismo, l’incomunicabilità in famiglia, l’amicizia, la depressione, il suicidio, la musica, il mondo del lavoro, le relazioni. L’autore ha una voce multiforme, parla in modo efficace ai giovani, che d’incertezza se ne intendono non poco, e parla a qualsiasi persona abbia camminato almeno una volta in equilibrio sul filo della propria esistenza.


Leggilo se hai amato:

  • L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio
  • Le otto montagne di Paolo Cognetti (ne parlo qui)

Film per riflettere:

  • L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi

Colonna sonora del libro:


Per approfondire guarda qui e qui.

 

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L’intreccio e i nodi tra un padre e un figlio – Anatomia di una scomparsa di Hisham Matar

L’intreccio e i nodi tra un padre e un figlio – Anatomia di una scomparsa di Hisham Matar

” – Veda, la maggior parte degli uomini passa tutta la vita a cercare di comprendere il proprio padre.”

Uno degli elementi che rende, a mio parere, una scrittura “letteraria” è la ripetitività. Chiaramente, non parlo di ripetizioni o di parole che ricorrono più e più volte, ma mi riferisco a concetti che ritornano, temi che circondano tutto un racconto, come ossessioni, momenti che si rincorrono e si ritrovano in una stretta circolare. Le ossessioni sono il sale della letteratura, ci spiegano qualcosa sull’autore e possono rivelare l’origine di un’opera. Questa ripetitività artistica, unita alla capacità di descrivere un qualcosa come nessun altro lo farebbe, rendono una prosa (a mio parere) un nuovo tassello della storia della letteratura. In Anatomia di una scomparsa l’aspetto dell’immobilità è quello che ritorna, come un’onda sul bagnasciuga, lentamente ma in maniera inesorabile, senza dighe a poterla bloccare. Noi siamo immobili, come il protagonista, impotente di fronte a ciò che gli accade.

Hisham Matar (di cui abbiamo già parlato qui) è uno scrittore contemporaneo, ma nel suo Anatomia di una scomparsa (Einaudi, 2011) si ritrova una bellezza antica. Leggere questo breve romanzo assomiglia a guardare per lungo tempo un acquario, dove i pesci passano lentamente da una parte all’altra, poi più veloce, e talvolta si fermano e galleggiano elegantemente tra un’alga e l’altra. Il lettore è ipnotizzato, suggestionato da gesti e parole, da atti e scelte che modificano una vita, o più vite insieme. Un figlio è intrecciato al proprio genitore, alla sua presenza e alla sua assenza. Il romanzo di Matar parla di questo intreccio, di quello che comporta ogni singolo nodo, ogni singolo sfilacciamento.

“Non lo vedo nello specchio ma avverto i suoi aggiustamenti, come se si stesse infilando in una camicia che gli va quasi bene. Mio padre è sempre stato intimamente misterioso, anche quando c’era. Provo a immaginarmi come avrebbe potuto essere avvicinarlo da pari a pari, da amico, ma non ci riesco del tutto.”

Il protagonista della storia è un giovane ragazzo, si chiama Nuri, è timido e vive con sua madre e suo padre. Un quadro lineare e che appare banale, tuttavia la famiglia è il luogo della letteratura, proprio perchè complessa come un mosaico. Poi arriva una perdita. Nella vita c’è sempre un prima e un dopo qualcosa, un evento, una parola, un lutto. La madre di Nuri, una figura che in Anatomia di una scomparsa appare prima imponente quanto un pilastro e poi quasi fantasmatica, provata dall’asprezza della malattia, muore. L’autore riesce a raccontare perfettamente come la vita si riassesti, si ricomponga e si risistemi a seguito di un lutto. Nuri parla di “un’impressione d’urgenza nell’aria”, di un’appartamento in cui risuona forte ogni rumore, ogni sospiro. Il vuoto dell’assenza che fa venire a galla i tratti più veri e vivi di un rapporto.

“Dopo la morte di mia madre io e lui finimmo per assomigliare a due scapoli che condividono un appartamento, obbligati a stare insieme dalle circostanze. Poi, però, quando meno te l’aspettavi, scaturiva in lui, cruda e improvvisa, quella sua tenerezza piena di comprensione, e allora mi affondava la faccia nel collo, annusandomi a fondo e baciandomi, facendomi il solletico coi baffi.”

Arriva poi la seconda perdita, nella vita di Nuri, che ha però un peso diverso. Il peso di un braccio amputato che continua a persistere nella sensazione. E’ il padre a scomparire, e a lasciare l’impronta vivida delle cose che sono state fin troppo presenti. Come sempre accade, dai grandi dolori si prende la spinta per alzarsi e camminare. Per crescere. Anatomia di una scomparsa è anche, forse soprattutto, un romanzo di formazione, sulla resilienza, sulla capacità di distillare speranza da eventi disperati; è un libro dai dettagli visivi sgargianti e incisivi, una storia malinconica, potente, persino sensuale; un inseguirsi di frasi e riflessioni sull’esistenza, che il lettore trascina via con sé.

“La mia mente cominciò a immaginare un altro possibile me stesso: una persona più dinamica, più coraggiosa e più capace, i cui interrogativi fossero meno disperati e incomprensibili ai suoi occhi.”

Quest’opera si articola come un viale alberato che poi si restringe, mano a mano, fino a divenire un sentiero di sassi e di erbacce. La prima parte della narrazione è lenta, ariosa mentre la seconda diviene agitata, acquista ritmo e azione. Popola queste pagine una solitudine di pensiero, di tormento e di scelte, la solitudine che caratterizza ogni essere umano, circondato da mille, ma uno e uno soltanto. Ed è una solitudine dolce e talmente riconoscibile, da rendere questa storia un classico moderno.


Se vuoi approfondire ancora clicca qui.

Leggilo se hai amato: 

  • Lo straniero di Albert Camus
  • Indice medio di felicità di David Machado
  • Il cacciatore di aquiloni di Hosseini

Film per riflettere:

  • Manchester by the sea, diretto da Kenneth Lonergan
  • Ritorno alla vita, diretto da Wim Wenders

 

Federica Ripa – Instagram: @librifugio

Foto di Michele Sirianni – Instagram

 

 

Questo libro è per tutte le domande – In gratitudine di Jenny Diski

Questo libro è per tutte le domande – In gratitudine di Jenny Diski

“Una scontrosa maleducazione è tra le scelte possibili per noi malati di cancro. Stabilirebbe un periodo di cattiva condotta, intimi saturnali tristi-allegri, il mondo alla rovescia, caos regolamentato dal signore del disordine, per un breve periodo prima che riprenda la grande sfacchinata di tirare avanti, cancro o non cancro.”

La parola Ingratitudine e l’espressione In Gratitudine si leggono allo stesso modo, ma significano il contrario l’una dell’altra. Questa constatazione, che può sembrare banale, è la chiave di lettura del libro di Jenny Diski, uscito nel 2017 per NN Editore. E’ un gioco di parole voluto, e nell’opera torna più e più volte il concetto di essere grati oppure no. Le contraddizioni che quotidianamente sperimentiamo dentro di noi, si manifestano in queste pagine, la Diski le conosce e le descrive con una prosa sconcertante e letteraria. La copertina bianca è schietta, riflette la sincerità quasi fastidiosa con cui questo memoir è scritto. Il bianco è così, sembra che non possa nascondere nulla, o forse è un trucco del nero per fare meno paura?

“Da una parte, morire a settant’anni non è una grande tragedia, anche se al mio inconscio piacerebbe sapere che cazzo c’entra l’età con l’essere fatti fuori. E comunque una simile ragionevolezza non tiene conto dei pensieri che mi passano velocemente per la testa.”

Non sapevo niente di Jenny Diski prima di prendere tra le mani questo volume e leggerlo. Non sapevo certamente che l’autrice, da adolescente, venne accolta in casa da Doris Lessing, scrittrice premio Nobel per la letteratura nel 2007 (che io ho imparato ad amare con i racconti de “Le nonne”). Non sapevo che avesse avuto un’infanzia, e in generale una vita, piuttosto complicata. Non conoscevo il suo carattere forte, temerario e ardente, le sue scelte anticonvenzionali. Non sapevo che fosse morta di cancro.

“Invece di seguire il copione, immaginai di ringraziare il medico e infermiere con un cenno e andarmene. Un breve grido alla Ennio Morricone e la porta si sarebbe chiusa dietro di noi. Ma nemmeno così andava bene. Dopo il momento eroico, mi sarebbe toccato vivere un’ora dopo l’altra. La vita di ogni giorno, persino abbreviata, non ammette la vacuità eroica del cinema.”

Una malata di cancro non è solo una malata di cancro, non si trasforma in un essere amorfo composto soltanto della sua malattia. Resta una donna, la donna che è stata con il suo labirinto di esperienze (compresa la malattia). Ed è per questo che In gratitudine non è soltanto un diario della malattia, ma è il racconto di una vita, è l’esplosione di un pensiero, di una filosofia personale. La Diski sceglie di raccontarci episodi della sua adolescenza, stralci di vita e di conversazioni, momenti che l’hanno formata. Per quanto il suo approccio sia spesso talmente vero da apparire disperato, questo libro regala speranza. Le pagine sono incandescenti, mai pesanti, aspre e ribelli. L’autrice parla della scrittura (è autrice di diversi romanzi che presto approderanno in italia sempre grazie ad NN), della sua idea di letteratura, di libri, di incontri, scontri e relazioni tortuose. Racconta gli anni di passaggio nelle cliniche psichiatriche, la droga, la religione, la violenza e l’affetto, la ricerca dell’affetto. 

“Nella mia esperienza, scrivere non diventa più semplice a forza di farlo. Ma la fiducia cresce, non molto, un briciolo, come una perla, come un tumore. Si impara che c’è un processo e che non è davvero importante ciò che si scrive, ma come lo si scrive, quello si che è cruciale, e che ciò che scrivo io o scrivi tu non sarà mai come quello che scrive lui e scrive lei, a meno che, come diceva Truman Capote, ciò che stai facendo non sia scrivere, ma battere a macchina. Dunque ho il cancro, sto scrivendo.”

Mi vengono  in mente, leggendo In gratitudine, gli aggettivi illuminante, coraggioso, nuovo. Niente di quello che si trova qui dentro è già stato detto, non in questo modo, non con questa forza esplosiva. Tutto a un tratto la malattia diventa trasparente come un velo, lasciando intravedere luci fortissime e ombre spaventose, cioè una vita intera. Le parole di Jenny Diski sono affilate, ma a tratti attraversate da una tenerezza e una fragilità inaspettata. E’ l’occasione per leggere anche un ritratto interessante e viscerale di Doris Lessing, donna misteriosa e forte, dal carattere particolare e le scelte di vita ambigue. Si, perchè la Lessing diviene fin da subito una figura chiave nella vita di Jenny, una “madre adottiva e affidataria”, un salvataggio, un tronco galleggiante a cui aggrapparsi, una figura da amare e da odiare. La persona verso la quale essere grata, oppure essere ingrata.

E’ imprevedibile e bellissimo immergersi nella mente della Diski, curiosa e letale nella sua intelligenza, sincera fino al disturbante. C’è qualcosa, in questo testo, di esaltante e naturale, qualcosa che ti fa pensare: si, io comprendo, sono in connessione. Qualcosa che nutre come una mammella calda, in un modo ancestrale. E la grande letteratura fa questo, ti attira e poi t’ingloba, ti fa sentire meno solo, come abbracciato. 

 

 

Letture consigliate:

 

Federica

 

 

Raccontare la malattia – Realismo, iperrealismo e immaginazione

Raccontare la malattia – Realismo, iperrealismo e immaginazione

Al Premio Strega di quest’anno, tra le 41 opere proposte dagli Amici della Domenica, c’è anche Con molta cura di Severino Cesari, il diario della malattia (e non solo) che l’ha portato alla morte lo scorso 25 Ottobre. L’essere umano sta cercando, negli ultimi tempi, di avvicinare con più coraggio, (o forse con una spaventata curiosità) il tema tabù della malattia e della morte. Tra le opere presentate per il Premio, questa non è l’unica sul tema: Le stanze dell’addio di Yari Selvetella racconta di una donna che si ammala e muore, lasciando un vuoto nella vita di chi l’ha amata; Faremo foresta di Ilaria Bernardini ci parla di come due donne imparano a nascere nuovamente dopo aver guardato negli occhi la morte.

C’è da riflettere, insomma, sul fatto che i mali fisici e psichici, e una certa vicinanza con la morte, siano elementi così presenti nei libri che oggi leggiamo, che si tratti di romanzi oppure di memoir. Pensiamo a Pia Pera che, con un lirismo spiazzante, si era aperta ai lettori in “Al giardino ancora non l’ho detto”, o a Jenny Diski che, con un’ ammaliante sfrontatezza,  ha raccontato la sua esistenza e i suoi ultimi anni di vita nel bellissimo “In gratitudine”, pubblicato da NN Editore.

Siamo di fronte ad una sorta di iperrealismo, forse lo specchio della necessità dell’uomo moderno di tenere la propria esistenza sotto controllo, attimo per attimo, compresi gli aspetti inspiegabili, come la malattia. Una tendenza all’analisi metodica di quello che accade, di ciò che di negativo (soprattutto) può colpire l’umano. La realtà, quindi, nei suoi aspetti più tragici e critici, popola oggi, più che in passato, ed in maniera più pervasiva, la narrativa contemporanea. Sembra proprio che, come aveva notato Lisa Ginzburg in una recente lezione tenuta dall’autrice a Napoli, l’immaginazione e la fantasia siano state relegate alla letteratura di genere, come a volerle far apparire meno degne.

Ma, se pensiamo per un momento ad alcuni grandi autori  del passato come Buzzati, Marquez, Borges o Calvino, ci rendiamo conto che tutti loro hanno raccontato la realtà attraverso realtà altre, inserendo nei loro lavori elementi magici e surreali che tuttavia riescono a suscitare riflessioni potentemente ancorate al mondo reale. La fantasia ed il realismo sono necessarie in egual misura. Il lettore si affida al libro con il suo calderone di esigenze e desideri, pronto a scoprire se c’è un modo per accantonare il dolore attraverso il potere della parola scritta, e la letteratura può e deve fare tutto questo.

 

Federica

Essere umani oltre l’odio – Hisham Matar a Salerno

Essere umani oltre l’odio – Hisham Matar a Salerno

“La cosa più bella, ma anche la più dolorosa, che mi è capitata è essere un essere umano. Non vorrei essere nient’altro. Sento una connessione con tante persone, anche sconosciute. Virginia Woolf è mia sorella, ma anche Stalin è mio fratello. Quando ero giovane ero appesantito dall’odio e dalla frenesia del fare, fare, fare. Volevo trovare mio padre, volevo fare qualcosa. Ma ho capito sulla mia pelle che queste emozioni non costruiscono nulla. Ho investito più nella vita che nell’odio.”


Tutti noi, seppur in modi diversi, abbiamo avuto a che fare con la scomparsa di un padre.

Se non con la scomparsa fisica, allora con i silenzi, con gli abbandoni, o con la distanza sconfinata che può costruirsi, come un’autostrada deserta e non asfaltata, tra due menti. E’ proprio per questo che le parole di Hisham Matar, e le sue splendide opere, ci toccano con profonda e ineluttabile concretezza. Parlano tutte di una separazione e di uno strappo, parlano di un ritorno faticoso teso a ricucire, parlano anche della più intensa vicinanza che esista, quella tra esseri umani sconosciuti.

Hisham Matar è nato a New York, ha trascorso l’infanzia tra Tripoli e Il Cairo, vive a Londra, e qualche giorno fa è venuto a Salerno per parlare con umiltà e delicata intelligenza della sua storia, e del suo ultimo lavoro “Il ritorno”, opera vincitrice del premio Pulitzer per la biografia e autobiografia. L’incontro è stato organizzato per i soci del Circolo dei Lettori di Salerno in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” Fondazione Premio NapoliAstrea sentimenti di giustizia, “A Voce Alta Onlus” e Salerno Letteratura Festival.

Nel mio bagaglio di letture avevo solo il suo secondo romanzo, pubblicato nel 2011 con il titolo di Anatomy of a Disappearance, in italiano Anatomia di una scomparsa. Il romanzo mi aveva conquistata fin dal devastante incipit, mi era sembrato come una breccia di letteratura pura nel muro della narrativa contemporanea. La trama è essenziale, si parla dell’impronta che una scomparsa lascia nella vita di un giovane uomo, e di un rapporto ruvido e ricco di cose non dette tra un padre e un figlio. Poi questo padre scompare, e quel rapporto rimane sospeso, come un filo per i panni tra un balcone e un’altro. Quando qualcosa scompare, ho pensato, significa che c’è stata e, al suo posto, deve rimanerne per forza la traccia. La parola “scomparsa” può indicare anche la morte, ferma e definitiva. Ma, paradossalmente, quando noi diciamo ” è scomparso” invece di dire “è morto”, è perché vogliamo rendere la morte meno definitiva. Insomma il concetto è ambiguo, così come la vita e come tutta la gamma di sensazioni che una perdita ci lascia addosso.

L’incontro con Hisham Matar si apre con un reading. Lui stesso ci legge uno stralcio de Il ritorno, lasciandoci senza fiato sia per la melodia della sua voce, sia per il significato delle sue parole.

“Il mio desiderio è che incontriate il libro prima dello scrittore”.

Più tardi ritorna su questo punto:

“Se vuoi davvero capire il carattere e la sensibilità di uno scrittore devi andare alla sua prosa, seguire il suo ritmo. Non ti puoi nascondere nella tua prosa.”

Trovo estremamente affascinante l’idea che che ogni scrittore possa essere conosciuto attraverso la sua prosa, come se fosse lo specchio più fedele, un documento originale e genuino della propria personalità. Se è vero che sono le nostre ossessioni a spingerci verso l’arte, è quindi una buona cosa averne. Ogni scrittore ne ha una o più, e ci gira intorno nelle sue opere, le circonda, tende loro agguati, cerca di comprenderle e sviscerarle. Una delle ossessioni di Matar è l’onestà, l’essere creduti, il venire riconosciuti, il contatto con l’altro essere umano e lo sguardo profondo che lo possa comprendere fino in fondo.

“Il vero desiderio all’interno di ogni legame è riconoscersi. Nel quadro Paradiso di Giovanni Di Paolo ci sono delle coppie che si guardano e si tengono le mani. Credo che il paradiso potrebbe effettivamente essere un posto dove le persone che hai a cuore ti possano riconoscere e l’inferno esattamente il contrario”.

Non vale certo per ogni scrittore ma, talvolta, può esistere quello che io chiamo un evento miccia, che fa esplodere, cioè, la scrittura dentro qualcuno. Matar oggi scrive, e viene da pensare immediatamente, ascoltandolo e leggendolo, che il suo evento miccia sia stato il rapimento del padre nel 1990 ad opera dei servizi segreti egiziani, e la sua successiva reclusione nella prigione libica di Abu Salim. Il non sapere lo spinge a cercare, a ritornare in contatto col proprio passato, col proprio paese di origine. Si potrebbe dire che la scomparsa (che in uno dei suoi romanzi diventa parte del titolo), ha causato l’apparire del desiderio di raccontare, è stata il trampolino doloroso per il suo scrivere. Nonostante il percorso dolente e amaro che l’autore ha affrontato nel suo memoir, ha uno sguardo potente e aperto nei confronti delle vicende che gli sono accadute. Quando racconta di un nastro con una registrazione del padre da Abu Salim, ritrovato durante il suo viaggio in Libia, dice:

Io non ho fatto nulla per essere suo figlio. Lui ha dovuto resistere in un momento complicato, e pensandoci ora mi sembra che tutto sia più facile. E’ molto più difficile essere il figlio di chi tortura. Mio padre alla fine della cassetta dice: Non soffrire, non la giudicare come una cosa brutta perchè io sono riuscito a fare quello che molte altre persone non sono riuscite, ovvero resistere, opporsi, dire no.


 

 

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Letture consigliate:

  • Anatomia di una scomparsa – Hisham Matar
  • Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro – Hisham Matar

 

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Federica Ripa